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BANDO DEL PALIO


PER I PIU' CURIOSI TUTTO IL
BANDO DEL PALIO
 LETTO ALL' INIZIO DEL CORTEO STORICO
BANDO BANDO [109 Kb]
16/09/2011 04:29 am commenti (0)

ALBO D'ORO

CORSA DEL BIGONZO
DAL 1968 AL 2011
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Pietro Scipioni

Pietro Scipioni - Pro Loco Canale Monterano
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Gentile da Monterano

La vicenda storica di Gentile da Monterano si intreccia con due grandi temi che sconvolsero l’Italia negli anni a cavallo del sec. 14.° e 15° : la lotta per il dominio del Regno di Napoli e lo Scisma della Chiesa Cattolica.

Gentile da Monterano, capitano di ventura, cosi come un altro nostro concittadino Coluzia da Monterano, fanno parte di quella numerosa schiera di nobili originari di quella parte dello Stato Pontificio, denominata Patrimonio di San Pietro in Tuscia, che corrisponde al territorio oggi identificato con l’ attuale  provincia di Viterbo, parte della Provincia di Terni, parte di quella di Rieti e di quella parte della Provincia di Roma a Nord del Tevere. Quasi tutta questa zona, a causa della completa inesistenza dello Stato Pontificio dell’epoca  e della conseguente assoluta anarchia, era sotto il controllo della potente famiglia romana degli Orsini, in perenne lotta con l’altra potente famiglia romana dei Colonna che, d’altro canto, era padrona di buona  parte del Lazio  a Sud di Roma. Quindi il nostro Gentile da Monterano seguì nel corso della sua carriera di mercenario le avventure e le imprese della famiglia degli Orsini.

Le fonti storiche che raccontano la vicenda di Gentile da Monterano sono assai scarse, tuttavia si sa che nell’aprile del 1404 era al servizio del re di Napoli Ladislao d’Angiò, con l’incarico di Maresciallo e Giustiziere del Principato Ultra e della Capitanata.  Il 1° ottobre 1404, dopo quindici anni di regno, moriva a Roma Papa Bonifacio IX. Il popolo romano, sobillato dai Colonna e dai Savelli, fece insorgere la città per fare pressioni  sul Conclave e favorire l’elezione a papa di un candidato gradito a queste due famiglie. I rivoltosi al grido, tradizionale della famiglia Colonna “ Popolo e Colonna “ occuparono la chiesa e il convento di Santa Maria dell’Ara Coeli e vi si barricarono dentro, trasformando in un fortilizio il sacro edificio. Mentre i tumulti imperversavano a Roma i Cardinali, riuniti in Conclave, elessero il nuovo pontefice e la scelta cadde sul cardinale Cosimo Migliorati di Sulmona. Il Migliorati venne scelto all'unanimità, da otto cardinali, il 17 ottobre 1404,  e prese il nome di Innocenzo VII. Quando si diffuso la notizia della sua elezione ci fu una rivolta generale del partito ghibellino il quale pretendeva che il nuovo pontefice rinunciasse alle prerogative del dominio temporale. Nel mese di novembre del 1404 ci fu la cerimonia dell’incoronazione del nuovo Papa e Gentile da Monterano  vi fu inviato dal Re di Napoli, Ladislao D’Angiò,  in sua rappresentanza.

Ma, nonostante l’avvenuta elezione,  la pace tardava a instaurarsi a Roma e Innocenzo VII, non trovò altro rimedio se non quello di chiedere aiuto al Re di Napoli Ladislao che corse a  Roma con un esercito per  sopprimere l'insurrezione antipapale. L’aiuto al Papa non era assolutamente quello di un devoto cattolico  o di un feudatario fedele. In realtà Ladislao d’Angiò, il cui motto era Aut Caesar Aut Nihil (O Cesare, o niente), aveva in mente un progetto politico espansionistico proprio ai danni dello Stato della Chiesa. Tuttavia il Re di Napoli, da fine politico qual’era, intuì che non era ancora giunto il momento di mettere in atto i suoi progetti e si limitò a fare da paciere tra il Papato e la fazione dei Colonna e dei Savelli. Papa Innocenzo, grato, lo nominò per cinque anni Rettore di Campagna e Marittima. Tuttavia la  situazione interna alla città di Roma non  era stata, volutamente, appianata del tutto e Ladislao, grazie ai suoi emissari, continuava a fomentare i disordini per poi intervenire militarmente e dare così sfogo al suo disegno di egemonia. Il popolo romano continuò a fare pressioni e tumulti per limitare il potere del Papa e la rivolta si accese allorchè le guardie del Campidoglio, assalirono la guarnigione pontificia che controllava l’accesso a Ponte Molle ( ponte Milvio ). Nello scontro che seguì la fazione del popolo romano ebbe la peggio e i pontifici mantennero il dominio del ponte. Ciò, tuttavia non valse a calmare gli animi, anzi immediatamente il popolo si sollevò e marciò in armi contro il Vaticano. Solo il sopraggiungere della notte e la minacciosa presenza di truppe schierate in Castel Sant’Angelo, al comando dello stesso nipote del Papa Ludovico Migliorati e di Mostarda da Forlì, impedirono ulteriori e più sanguinosi scontri. Tuttavia il Pontefice, per calmare gli animi e per evitare il prolungamento del conflitto fece diroccare nel mezzo il ponte Molle. A pace ormai raggiunta, il comportamento di Ludovico Migliorati, cardinale nipote del Papa e feroce capitano di ventura, fece nuovamente cadere la città di Roma nella più feroce anarchia. Infatti costui catturò  quattordici rappresentanti delle più importanti famiglie romane che uscivano da un colloquio in Vaticano con Innocenzo VII al quale avevano rimproverato, tra l’altro, anche il fatto che nulla stava facendo per far cessare lo scisma che divideva la Chiesa. Poi ne fece assassinare undici e ne fece  gettare i corpi in strada, dalle finestre dell'ospedale di Santo Spirito. Alla notizia di questo inutile eccidio i romani presero di nuovo le armi, occupando Castel Sant’Angelo,  e la situazione sfuggì completamente di mano alle milizie papali. Il pontefice fuggì da Roma e si rifugiò tra le mura di Viterbo. Era il 6 agosto 1405.

Ludovico Migliorati non perse l'occasione per portare via del bestiame che pascolava fuori dalle mura (il bottino fu valutato in più di 100.000 fiorini ) , e il partito del Papa venne inseguito dai romani inferociti fino a Cesano, perdendo trenta membri, i cui corpi vennero abbandonati nella fuga. Tra questi vi era l'abate di Perugia, colpito sotto gli occhi del Papa, nelle vicinanze di Sutri.

 I Colonna approfittarono dei disordini, entrarono nella città e misero a sacco il palazzo apostolico come quelli di altri avversari. Persuasero, poi, ad arrendersi a patti il Senatore di Roma che era  assediato dai cittadini in Campidoglio. I Savelli e i Colonna compiute le loro vendette, chiamarono come pacificatore il Re Ladislao il quale non se lo fece ripetere due volte, dal momento che non aspettava altro, ormai da diversi mesi. Infatti inviò subito i suoi capitani mercenari più fidati e cioè Gentile da Monterano, Pieretto De Andreis e Conte da Carrara a prendere possesso della città di Roma e a garantirne l’ordine. Questo esercito composto da tremila cavalli si pose all’assedio di Castel Sant’Angelo, tenuto dai ribelli romani i quali, a loro volta lanciano ogni sorta di proiettili contro la sponda opposta del Tevere. Intanto l’altro comandante Conte da Carrara schierò la sua cavalleria nel Rione Ponte con l’ordine di reprimere qualsiasi moto popolare e per impedire soccorsi agli assediati. Tuttavia i cittadini romani non rimasero per nulla intimiditi dalla presenza della cavalleria e insorsero ed ebbero la meglio sui cavalieri del Carrara che compì un’audace sortita inseguendo i rivoltosi fino ai Prati di Nerone, dove nel corso della violenta mischia che si venne a verificare fu ferito alla testa.  Intanto Gentile da Monterano  con 300 cavalli entrò nel Borgo Leonino, occupò il portico di San Pietro ma venne respinto, alla fine, dal ponte di Castel Sant'Angelo. Da qui si diresse verso i Prati di Nerone, dove, insieme ai rivoltosi c’erano schierate anche le truppe pontificie capitanate da Paolo Orsini, Mostarda da Forlì, Ceccolino de’ Michelotti e dal Beccarino. In questa violenta battaglia i capitani di ventura al servizio di Ladislao, Gentile da Monterano, Pieretto de Andreis e Giovanni Colonna furono battuti e quindi  dovettero fuggire e rifugiarsi in Campagna e Marittima.  

Nei giorni precedenti il de Andreis era entrato da porta di San Giovanni in Laterano e aveva ottenuto il possesso del Campidoglio. Quindi Ladislao con questo infruttuoso tentativo di impadronirsi di Roma, in realtà, non aveva fatto nient’altro se non il gioco di Innocenzo VII, il quale fu richiamato dal popolo di Roma a governare la Città. Il Papa infatti tornò a Roma il 13 marzo 1406. Ma re Ladislao, fermo nella sua intenzione di impadronirsi dello stato della Chiesa, lasciò un contingente di truppe ad occupare Castel Sant’Angelo con il falso scopo di proteggere il Papa.

Nel Giugno del 1406, il Papa  Innocenzo VII, ormai saldamente insediato sul trono, convocò un Concistoro ed emise una “ breve”  contro  Re Ladislao e lo citò a comparire alla sua presenza. Il re di Napoli spedì un ambasciatore e raggiunse un accordo con Paolo Orsini che prevedeva la consegna di  Castel Sant'Angelo ai pontifici e l’indulto per i Colonna. Nello stesso provvedimento papale di censura erano compresi anche Gentile da Monterano Giovanni e Nicola Colonna, Conte da Carrara e Ciucio da Paterno. Alcuni giorni dopo, Conte da Carrara e l'Andreis a Tor di Mezzo firmarono una tregua di undici giorni con i pontifici rappresentati dall'Orsini. A fine settembre Paolo Orsini fece   uccidere Mostarda da Forlì in una sala del palazzo apostolico alla presenza del pontefice: a compiere fisicamente l'omicidio furono Antonio Orsini ed i  gendarmi di Paolo. Il 6 novembre 1406 morì Innocenzo VII e a lui successe nel pontificato, pur persistendo la presenza dell’antipapa Benedetto XIII, ad Avignone, il cardinale veneziano Angelo Correr con il nome di Gregorio XII.

Nel  1406 il re Ladislao era alle prese con una serie di conflitti armati per sottomettere il Principato di Taranto e la Contea di Lecce di  cui era feudataria Maria D’Enghein, vedova di Raimondello Orsini del Balzo. I tentativi di sottomettere la principessa si rivelarono vani, poiché le milizie del re, nel marzo e aprile 1407, non riuscirono ad espugnare il suo castello di Taranto dove era assediata.  Ladislao decise allora di cambiare tattica: avviò degli accurati negoziati attraverso i quali riuscì a convincere Maria a sposarlo, mettendo fine allo scontro. Tradizione e storia vogliono che Gentile da Monterano pose fine all’assedio di Taranto da parte dei Durazzeschi, combinando questo matrimonio. L’anello matrimoniale fu consegnato a Maria per mano di Paolo Orsini. Le nozze furono celebrate a Taranto il 23 aprile 1407. In questo modo, Ladislao assunse il titolo di Principe di Taranto, sottraendolo al legittimo erede Giovanni Antonio Orsini del Balzo figlio  di Maria e Raimondello Orsini.

Nell’Agosto del 1407 venne stipulata la pace fra i contendenti ed i pontifici si impegnano a rispettare i territori controllati da Gentile da  Monterano.

Ma nella mente di Re Ladislao  c’era sempre la volontà di impadronirsi di Roma. E nell’aprile del 1408 inviò Gentile da Monterano, Pieretto de Andreis, Conte da Carrara con circa 15.000 cavalli e 8000 fanti ad attaccare Roma, muovendo dal Patrimonio. Contemporaneamente fece bloccare la foce del Tevere con quattro galee ed espugnò Ostia che capitolò dopo un’accanita resistenza. Dopo aver espugnato il castello di Ostia,  si diressero verso Roma e investirono Porta San Paolo. Le truppe angioine, comandate da Gentile da Monterano, Pieretto de Andreis, Giovanni e Nicola Colonna, Ludovico Migliorati, Conte da Carrara, Battista Savelli  si scontrano con quelle pontificie agli ordini di  Paolo Orsini in Trastevere . L'Orsini, sconfitto, fu  obbligato a tradire la causa di Gregorio XII per quella di Ladislao d'Angiò.

Il Monterano presenziò, con gli altri capitani, Conte da Carrara, Ludovico Migliorati, Battista Savelli, i due Colonna e lo stesso re Ladislao d’Angiò, ad una manifestazione che si svolse nel palazzo di San Paolo fuori le mura.

Gentile da Monterano venne  licenziato nel giugno del 1408, con l’imposizione di non rientrare a Roma. Il provvedimento non riguardava solo lui ma anche gli altri condottieri che avevano partecipato alla presa della città eterna; si accampò a Todi con altri condottieri: le autorità locali stanziano 150 fiorini, affinché siano loro consegnati confetture, vino, cera ed altri generi di conforto.

Gentile da Monteranno nel Luglio 1408 rientrò a Roma da Todi e combattè a favore del pontefice Gregorio XIII, minacciato dalle truppe dell’antipapa Benedetto XII, con la compagnia di Ciucio da Paterno ( che morirà in seguito alle ferite riportate nella battaglia di Nepi )  che aveva preso il posto di Pieretto de Andreis.   

Nel maggio 1409 Gentile da Monteranno è presente sul campo di battaglia di Ossaia ( frazione del Comune di Cortona, AR. ), dove si combattè tra pontifici e napoletani contro senesi  e  fiorentini, alleati di Luigi II d’Angiò.

Il 5 giugno 1409 si riunì il Conclave a Pisa che dichiarò decaduti sia il legittimo papa, Gregorio XII, sia l’antipapa che risiedeva ad Avignone, Benedetto XII e contemporaneamente ne elesse un terzo il 26 giugno 1409 con il nome di Alessandro V il quale strinse alleanze per contrastare il progetto egemonico di re Ladislao e chiamò in Italia l’altro pretendente al trono di Napoli  Luigi II d’Angiò.

Nel Giugno 1409 Gentile da Monterano fu tra i dignitari della corte di Ladislao d’Angiò che presenziarono alla cerimonia nella quale Antonio di Sangro viene infeudato di Anglona ( provincia storica della Sardegna settentrionale in provincia di Sassari ). Da Cortona il da Monterano, in compagnia di Paolo Orsini, accorse in soccorso di Cocco Salimbeni le cui terre erano state occupate da Malatesta Malatesta, con i commissari fiorentini Jacopo Salviati e Vieri Guadagni, al comando di 1500 cavalli. Ma nonostante, la fama del condottiero nostro concittadino, le truppe napoletane furono sconfitte a Bagno Vignoni. Infatti il Da Monterano, con i rinforzi di 300 cavalli inviatigli da Paolo Orsini e Giovanni Colonna, assalì in piena notte l’attendamento di Malatesta Malatesta e di Angelo Della Pergola . Il Malatesta, in realtà, non si fece trovare impreparato e il da Monterano cadde nell’imboscata preparatagli. Dopo un’ora di combattimenti la situazione volse al peggio per le truppe di Gentile da Monterano che si salvarono rifugiandosi nella rocca di Bagno Vignoni. La notte stessa, approfittando della disattenzione degli assedianti,  Gentile da Monterano riuscì a fuggire, di nascosto dal castello,  abbandonano nelle mani di Malatesta Malatesta 200 uomini d’arme. Ma la vittoria di Malatesta non si fermò qui.  Avanzò verso i confini del Patrimonio.. Ma la sua marcia fu bloccata ad Orvieto dagli eserciti di Ladislao, finché la defezione di Paolo Orsini, ( che passerà nel campo avversario quattro giorni prima della scadenza della ferma ), incaricato alla difesa di Roma con 2000 cavalli,   non gli aprì la strada per Roma, allettato dai denari dei fiorentini. Malatesta Malatesta ridusse, allora,  all'obbedienza, nel suo passaggio, le città di Cetona, Orvieto, Montefiascone e Viterbo. In quest'ultima località la sua presenza provocò una sollevazione popolare ai danni del vicario del papa Gregorio XII: costui venne catturato nel palazzo presso la Fontana del Sepale ( Fontana Grande ), fu spogliato di ogni suo avere e trascinato nelle carceri della torre del podestà.

Nell’ottobre l’esercito della lega anti-Ladislao arrivò alle porte di Roma, difesa dai Colonna, da Gentile da Monterano e da Pieretto De Andreis. Il Malatesta occupò il portico di San Pietro, posto allora al di fuori delle mura della città di Roma. Furono respinti due suoi attacchi alla città da parte di Pieretto de Andreis e dei colonnesi. Alla fine furono sconfitti e i filo angioini  posero l’assedio a Castel Sant’Angelo; l'Orsini, passato con gli angioini, attestatosi a Castel Valca,  irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell'ospedale di Santo Spirito e si scontrò con Betto da Lipari, cui catturò alcuni armigeri, mentre il de Andreis e Nicola Colonna furono costretti a rinchiudersi in Santo Spirito. Il giorno seguente Malatesta Malatesta si attendò a Sant'Agnese verso San Lorenzo. La notte stessa, l'Orsini entrò nel Borgo Leonino, che mise  a sacco. L'Orsini lasciò allora il portico di San Pietro con Jacopo Orsini ed uscì con i suoi uomini d'arme ed i fanti per la porta Torrione (porta Cavalleggeri), salì per la collina che conduce a porta San Pancrazio e scendendo verso San Giacomo in Settignano (San Giacomo alla Lungara) sorprese  il de Andreis  e Gentile da Monterano nei pressi di porta Settimiana che chiude Trastevere.. Così Paolo Orsini e Lorenzo Annibaldi entrarono  in Trastevere, ed ebbero il possesso della città in preda all’insurrezione, soprattutto nei rioni Parione e Regola, comandata da Cola di Lello Cerbello e fuochi di gioia illuminarono la città con grandi feste in Piazza Navona perché nelle sue mani erano caduti Nicola e Giovanni Colonna, Antonio Savelli, Jacopo Orsini, Corradino di Antiochia, Riccardo Sanguigni e Galeotto Normanni: gli ultimi tre furono decapitati in Campidoglio. Il Da Monterano fuggì da Roma  e si rifugiò nel suo feudo di Padula di cui era stato fatto barone da Ladislao d’Angiò per i servigi resi alla sua causa. Invece il De Andreis sfuggì alla cattura, riparando  in una vigna e da qui in una piccola torre grazie ad una fune lanciatagli da una finestra.  Il Gennaio successivo, 1410, Roma si sollevò contro il dominio del Re di Napoli  ma Paolo Orsini fece distruggere le fortificazioni apprestate dagli avversari in Santo Spirito e portò via i materiali a San Lorenzo fuori le mura, per costruirvi una bastia di fronte alla porta ancora occupata dai napoletani. I difensori si arresero dopo alcuni giorni per il fuoco di 3 bombarde. L'Orsini penetrò, poi, in Trastevere con Lorenzo e con altri armati della sua casa, attraversò il ponte degli Ebrei (ponte Sisto) e si diresse verso Campo dei Fiori.

 La mancata difesa di Roma fece nascere forti sospetti di tradimento a carico di Gentile da Monterano. Tali sospetti diventarono certezza  allorchè si seppe che tra il nostro concittadino e Pieretto De Andreis era nata una forte gelosia ed inimicizia perché Ladislao gli preferiva, al comando delle sue truppe, il De Andreis.

Tale comportamento giustificherebbe il silenzio alle chiamate di Re Ladislao. Ma a conferma di tutto ciò Gentile da Monterano, nel 1410, abbandonò il re Ladislao e si arruolò al servizio dell’esercito dell’antipapa  Giovanni XXIII, successore di Alessandro V, seguendo il barone Nicola Ruffo  che si era, a sua volta, ribellato a Ladislao non appena aveva visto le galere di Luigi II d’Angiò veleggiare lungo le coste calabresi. Gentile da Monterano, in questa sedizione, avrà come socio il conte di Tagliacozzo Gian Antonio Orsini, con il quale si recò a Roma presso il re Luigi II d’Angiò ed alloggiò in San Pietro con l’Orsini stesso e Muzio Attendolo Sforza.

Dopo di ciò il Monterano lasciò Roma e si ritirò nel suo feudo di Padula, dove evidentemente pensava di rimanere tranquillo ed impunito per il tradimento nei confronti del Re Ladislao. Ma nel novembre del 1410 fu raggiunto dalle milizie del Re e, posto sotto assedio,  fu costretto alla resa. Al comando dell’esercito assediante c’era Braga da Viterbo che con Giannino da Bergamo e Giannino della Treccia aveva ricevuto l’incarico da re Ladislo di sottomettere i baroni ribelli. Quindi Gentile da Monterano fu catturato insieme alla sua compagnia di 300 cavalli. Tuttavia, come si usava allora, fu presto liberato, dietro il pagamento di un riscatto pari al peso dello stesso Braga, in libre d’oro. Dopo questo fatto il  Da  Monterano si diresse a Ceccano, nello stato della Chiesa, dove passò, in attesa degli eventi, i mesi invernali. Nell’aprile dell’anno successivo, fece da scorta al solenne ingresso in San Pietro di Luigi d’Angiò e dell’antipapa Giovanni XXIII

Pochi giorni dopo il solenne ingresso in Roma, Luigi d’Angiò seguito da Gentile da Monterano, alla testa dell’esercito francese, partì alla volta di Napoli per conquistarla. Ma l’esercito di Ladislao si oppose a Roccasecca a quello del D’Angiò. Re Luigi, pur risultando vincitore, non seppe approfittare della vittoria e diede tempo a Ladislao di rifugiarsi a Cassino e di riorganizzare l’esercito.  Del resto le truppe francesi erano allo stremo e senza rifornimenti e in grave difficoltà per l’insubordinazione dei vari capitani di ventura. Così l’Angiò il 12 luglio fece ritorno a Roma dove si imbarcò alla volta della Provenza. Nell’inverno del 1411 Gentile da Monterano, al comando di Paolo Orsini, continuò a difendere la causa di Giovanni XXIII, percorrendo la Campagna allo scopo di ridurre all’obbedienza i Baroni locali che si erano ribellati all’antipapa, in attesa dell’esercito di Ladislao che stava muovendo dal Regno di Napoli.

Nel mese di dicembre dello stesso anno, con l’inganno, venne catturato con 300 cavalli ,dal Conte di Belcastro e da Buzino da Siena.Tutti soldati  furono lasciati subito liberi mentre Gentile da Monterano fu trasportato in catene alla presenza di re Ladislao a Tripergole, presso Aversa e poi rinchiuso nella fortezza di Castelnuovo a Napoli, ma dopo poco tempo venne rilasciato.

Nel 1412 ritornò a Roma con Muzio Attendolo Sforza che cercava, per conto di Giovanni XXIII, di contrastare la ribellione la ribellione dei Prefetti di Vico che avevano occupato Civitavecchia, quella dei Forlivesi che si erano dati in signoria agli Ordelaffi e quella dei Manfredi a Faenza. Nel corso di queste operazioni fu attaccato nella Campagna da Braga da Viterbo e fu, ancora una volta, catturato. Per ottenere la libertà dovette pagare un riscatto di 20000 ducati al suo carceriere che destinerà tale somma all’acquisto di beni in Viterbo, sua città natale.

Nel settembre del 1412 partì da Roma, in compagnia di Paolo Orsini , e  raggiunse Siena e da qui arrivò sotto Bologna per combattere la città, che si è ribellata allo stato della Chiesa l’11 maggio dell’anno precedente .

Nell’ aprile del 1413, sospettato di tradimento, venne catturato su ordine di Giovanni XXIII e fu rinchiuso in Castel Sant’Angelo e da questo momento non si avranno più sue notizie.

                                                                                                Dr.  Marcello Piccioni

14/11/2011 04:02 am commenti (0)

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